Macchine utensili: cresce l’export. Debole la domanda interna

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L’industria italiana è protagonista di un paradosso. Se da un lato cresce nell’export, dall’altro soffre nei confini nazionali per mancato rinnovamento dei macchinari. Il quadro che emerge da una ricerca su 2.500 aziende è poco rassicurante. L’indagine condotta da Ucimu, l’Associazione che riunisce i costruttori italiani delle macchine utensili, pone in evidenza luci e ombre.

L’automazione è strategica per la nostra economia. Nelle famose 4A, agroalimentare, arredamento-casa, abbigliamento-moda, essa occupa una fetta decisiva dell’esportazione (circa il 40 per cento), ciò significa che le aziende straniere utilizzano i nostri robot per produrre i loro beni e servizi. A tale proposito, abbiamo chiesto un parere a Massimo Cerliani, Sales Executive di Temac, azienda che produce e commercia taglierine ribobinatrici con sede a Lonate Pozzolo in provincia di Varese. Questa la sua dichiarazione: “Abbiamo un forte successo in campo internazionale, con più del 70% di macchinario di ultima generazione venduto all’estero. Anche per questo stiamo investendo su un sito multilingue, perché sono convinto che oggi più che mai sia necessario parlare la stessa lingua dei propri clienti. La nostra vetrina internazionale si sta arricchendo di macchinari di ultima generazione“.

Sono le imprese italiane che invece faticano a rinnovarsi, con macchinari a rischio usura, per i quali si fa solo normale manutenzione. Dietro a questo trend negativo ci sono sicuramente delle spiegazioni, che vanno dalla crisi economica, alle banche che non erogano credito.
Nella crisi però c’è anche un’opportunità che viene dallo scenario altamente competitivo, dove sono richiesti un certo know how e best practices nell’operare dal punto di vista della qualità e della sicurezza. Quindi l’apporto che può fornire la tecnologia offre grandi vantaggi alle imprese, che devono saperle cogliere e questo aspetto per aprire a nuovi mercati.

La diminuzione della domanda interna fa tuttavia registrare numeri preoccupanti: secondo un censimento di fine 2014 il 24,3 per cento delle macchine era stato installato tra 2005-2009 ma quelle montate durante il quinquennio successivo pesano solo per il 13,1. Una su tre non investe sul rinnovamento del proprio parco da oltre vent’anni. Una caduta che si traduce nel concreto in perdita di appeal, di competitività, in quanto ci si rivolge a chi é al passo con i tempi e si dota di tecnologie avanzate e materiali all’avanguardia. Si tratta anche di un effetto domino sull’intera filiera di produzione.

La voce innovazione é un tema cruciale per l’economia italiana, nonché una sfida nei mercati che non si deve assolutamente perdere, perché la concorrenza é agguerrita. Cina, India e altri paesi emergenti non stanno sicuramente a guardare e possono approfittare di questa fragilità, attrezzandosi con sistemi di ultima generazione. I macchinari sono basilari per una buona produzione. L’Italia è conosciuta in tutto il mondo per il Made in Italy, sinonimo di qualità.

Il governo è intervenuto con misure come la nuova legge Sabatini, operativa dall’aprile del 2014 che permette il finanziamento a tassi agevolati degli acquisti in macchinari, o con il superammortamento, che offre l’ammortamento del 140 per cento del valore del bene acquistato. Gli industriali chiedono interventi ben più strutturali. Insomma incentivi per svecchiare i nostri robot con nuove tecnologie magari progettate nell’ottica del risparmio energetico e del rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro. In tal modo migliorerà la classifica che ci vede tristemente fanalino di coda in Europa negli investimenti in innovazione e ricerca: appena 1,3 per cento del Pil.

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